COSA E’ REALMENTE IL JUJUTSU TRADIZIONALE

Con il presente articolo voglio fare capire a chi è interessato alle arti marziali e in particolare al jujutsu, ad orientarsi per potere scegliere e comprendere meglio un mondo come quello marziale che, ai giorni nostri, è molto vivo nelle palestre e nei dojo di tante città e paesi italiani.
Tratterò di seguito un tema molto caro alla nostra associazione e ai miei compagni di pratica: il jujutsu (in giapponese il termine significa arte della cedevolezza) e varie sfaccettature che lo contraddistinguono.
Esaminerò in particolare il termine “jujutsu tradizionale” e spero che ciò che scrivo vi sia utile o perché volete iniziare a praticare un’arte marziale e volete maggiori ragguagli o semplicemente per una vostra sana cultura personale

SCIOGLIAMO ALCUNI DUBBI

Esiste un po’ di confusione a proposito di questo termine, almeno nella nostra realtà peninsulare.
Il jujutsu in Italia si è diffuso da decenni come metodo a sé stante dal Judo attraverso la sua introduzione dal maestro Gino Bianchi e tale jujutsu va ricondotto, in parte, da una rielaborazione di alcune scuole giapponesi da parte del Maestro italiano.
Va precisato che, in tale metodo, sono state inserite tecniche judoistiche (il Judo è a sua volta una rielaborazione del jujutsu tradizionale) o vere e proprie evoluzioni acrobatiche vicine a tecniche mutuate, con ogni probabilità, dal Vietvodao o altre discipline affini del sud-est asiatico.
Ciò non deve apparire strano dato che Gino Bianchi ha prestato servizio come marinaio in quelle terre orientali e molto probabilmente ha preso ispirazione per inserirlo nel suo metodo.
Molto diffuso in Italia è anche il jujutsu della wjjf ideato dal maestro Robert Clark il quale, oltre a essere stato un karateka, fece un grande lavoro per cercare di riunire vari stili di jujutsu da promuovere poi nella sua organizzazione (World Jujitsu Federation) con metodi didattici moderni.
Oggi il jujutsu, almeno in Italia, deve molto a questi due maestri.
Esistono poi altri stili di jujutsu nati nel corso degli anni come il German Jujitsu, il Brasilian Jiujitsu, il Jujutsu in Francia con Pariset ecc.
Tutti questi stili non rientrano nel jujutsu tradizionale e vanno classificati come jujutsu moderno (gendai jujutsu).

 

E ALLORA COSA SI INTENDE PER JUJUTSU TRADIZIONALE? 

Riprendo ora il termine taijutsu, perché è un termine molto interessante: in giapponese significa arte del corpo a corpo e talvolta, con tale termine, si indicava il panorama tecnico del samurai nel corpo a corpo che era integrata dalla casta guerriera alla pratica della spada giapponese (kenjutsu), della lancia (sojutsu), dell’equitazione (jobajutsu) e quant’altro serviva tecnicamente alla guerra.
Talvolta taijutsu era un sinonimo di jujutsu in alcune famiglie samurai come persino il termine yawara (cedevolezza) o judo.
Esiste una scuola nota come Nihon Taijutsu (arte del corpo a corpo giapponese) ma anch’esso nasce in epoca moderna come il Judo Kodokan.
Per periodo moderno, in Giappone, si intende il periodo storico seguente la restaurazione Meiji (1868), anno in cui era terminato lo shogunato e con esso il periodo di predominio della casta dei samurai nella società nipponica.
In questa nuova era in cui il paese si andava proiettando, si rendeva necessaria una nuova didattica, la rielaborazione di tecniche antiche per adattarle a un metodo di difesa e offesa utili al nuovo mondo che si affacciava nel Sol Levante.
Il Nihon Jujutsu e soprattutto il Judo e l’Aikido (dette scuole gendai ossia moderne), oltre che praticate per la difesa personale, si incentrarono molto sulla crescita fisica e spirituale del praticante.
Nel caso del Judo rilevante fu anche la sua vocazione sportiva in modo tale che, nel corso degli anni, fu proprio questa a prendere il sopravvento.

Anche in quei tempi, tuttavia, molte scuole di bujutsu (scuole di arte guerriera dove è compreso anche lo studio delle armi antiche giapponesi) e di jujutsu, continuarono ad esistere ed essere praticate seppure molto del patrimonio tecnico dei bushi andava perdendosi irrimediabilmente: molti samurai, senza più un signore da servire, andarono in rovina o dovettero convertire il loro stile di vita.
Alcuni divennero osteopati per la loro conoscenza del corpo umano, parte di essi furono cooptati nel nuovo esercito imperiale, molti altri dirottarono la loro indole guerriera e disciplinata reinventandosi imprenditori, insegnanti o precettori della crescente e ruggente società mercantile.

Tuttavia ci fu chi tenne duro e perpetrò la tradizione di insegnamento delle antiche arti marziali samuraiche: dette scuole sono chiamate koryu (scuole antiche) e risalivano al periodo Tokugawa (1666 – 1868) ed è attestato che alcune hanno origine ben più antiche risalenti all’era Kamakura e Muromachi.

E’ quest’ultimo il jujutsu tradizionale: quello delle koryu.
Il jujutsu delle koryu è il vero erede del jujtutsu della casta dei samurai e praticato, alla fine del XIX secolo, dai discendenti dei clan samurai e dai figli di questa ormai sorpassata casta guerriera.
E’ da questi discendenti che andarono a studiare, giusto per fare dei nomi noti ai più, Jigoro Kano, Morihei Ueshiba o Minoru Mochizuki.

LA PRATICA DEL JUJUTSU TRADIZIONALE: LE KORYU

A livello tecnico e pratico, nel jujutsu tradizionale, si studiano le tecniche samuraiche di uno specifico clan e la conoscenza raffinata di tali tecniche non viene divulgata e resa nota a tutti ma solo a coloro che la praticano da anni.
Il perché di questa scelta è dovuta da una parte al segreto a cui erano tenuti gli allievi (la conoscenza della tecnica e di determinate strategie sui campi di battaglia determinava la vita o la morte del samurai) ma anche per preservare la purezza dello stile (tecniche più avanzate e più complesse sono praticate solo quando si è in grado di capire in modo più sottile i movimenti e i principi di squilibrio)
Ancora oggi chi pratica una koryu è tenuto a un insegnamento graduale, rigido e talvolta frustrante perché non esistono improvvisazioni o evoluzioni egoiche da protagonista: si ripetono le tecniche e le si eseguono come è stato tramandato (del resto queste tecniche sono il compendio di secoli di studio e di prova empirica in duelli e scontri campali).
Esiste poi una progressione diversa dai moderni gradi Dan (seppure per comodità molte koryu hanno inserito tali gradi pur non rivestendo lo stesso peso e autorità che hanno invece in uno stile gendai).
La progressione vera e propria, nelle koryu, avviene tramite il conferimento, da parte del caposcuola (soke), di una pergamena di trasmissione del patrimonio tecnico tradizionale della scuola (makimono).
Ad ogni livello di apprendimento segue il conferimento di pergamene di trasmissione fino al percorso finale in cui, tutta la conoscenza della scuola, viene trasferita da insegnante ad allievo.
Spesso per ottenere un grado densho –  momento in cui si entra pienamente nella famiglia della koryu –  bisogna praticare per anni, essere fedeli alla scuola e partecipare attivamente alla crescita della stessa e viaggiare in Giappone presso il Dojo del caposcuola (so hombu dojo).
A praticare il jujutsu tradizionale in Italia siamo in pochi ma purtroppo si vedono centinaia di corsi con questa dicitura errata e fuorviante.

CHI INSEGNA REALMENTE “JUJUTSU TRADIZIONALE”?

Insegna jujutsu tradizionale solo chi ha avuto il permesso di farlo da parte di un caposcuola giapponese di una koryu: viene rilasciata una pergamena, detta shido in, che da il diritto e la possibilità nel dojo di portare il nome della scuola e di insegnare tale arte.
Chi non ha tale permesso scritto non può insegnare e non ha il diritto di affermare di rappresentare una koryu: chi si arroga il titolo di insegnante di “jujutsu tradizionale” senza averne titolo o vi dice una cosa grossolana tanto per suggestionarvi o non ha la contezza di usare i termini correttamente

Non c’è niente di male ad insegnare un Jujutsu moderno (gendai): che sia Metodo Bianchi, il Judo da difesa personale (che pratico anche io insieme alla Moto Ha Yoshin Ryu), Hakko Ryu ecc.
Basta che si chiamino le cose con il loro nome. Non è un nome che fa l’efficacia di uno stile di combattimento.
Però un nome a sproposito confonde e tradisce l’allievo o un nuovo praticante: la koryu fornisce un insegnamento tutto suo che altri jujutsu non hanno e permette una crescita e una evoluzione di altro tipo.
Non intendo con questo esprimere una valutazione qualitativa bensì evidenziare che, la didattica e la pratica, in una koryu, è diversa rispetto alla pratica e la didattica di un’arte marziale moderna.
E questa diversità rispettata e preservata.
Del resto è l’impegno che mi sono preso davanti al mio soke quando ho deciso di prendere un grado densho, e diventare un guardiano della tradizione della mia koryu.
Ho la convinzione che, in questo modo,  tutelerò non solo l’arte che pratico ma anche tutte le altre scuole di jujutsu e bujutsu giapponese.

Per finire vi lascio i nomi di alcune koryu di bujutsu e jujutsu ancora attive cosicché, se volete, avrete del materiale per potere approfondire: Takenouchi-Ryu, Kukishin Ryu, Takagi Yoshin Ryu (poi suddivisa in tre rami con l’Hontai Yoshin Ryu, Takagi Ryu, Moto ha Yoshin Ryu di cui faccio parte), Tenshin Shoden Katori Shinto Ryu, Fusen Ryu, kashima shinto ryu, Kito Ryu, Hoki Ryu, Mugai Ryu.

P:S. Alcune di queste scuole sopra menzionate, per mancanza di praticanti, non vengono insegnate in Italia e parte di queste hanno persino il divieto di essere insegnate al di fuori del Giappone (ad es. la Kashima Shinto Ryu)

 

Gabriele Papalia

 

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